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Il turpiloquio del capo

“Qual’è il culo da prendere a calci?” si è chiesto Barack Obama durante un’intervista di Matt Lauren al NBC’s Today Show, all’indomani del disastro ambientale causato dalla BP nel Golfo del Messico. La parolaccia del presidente ha dato lo spunto a Dan McGinn, senior editor dell’Harvard Business Review, per mettere sotto la lente d’ingrandimento l’uso del turpiloquio da parte dei leader. Tra le varie parolacce, “culo” è relativamente leggera, ed è comunemente utilizzata negli show televisivi da anni. Eppure, non essendo certo un termine che i presidenti sono soliti usare nelle interviste formali, questo episodio ha fatto discutere gli opinionisti.

E’ ben noto da tempo che i presidenti si lascino andare al turpiloquio in privato, tanto che la rivista “Politico” ha realizzato una guida completa sulla storia delle imprecazioni all’interno della Casa Bianca, raccolte grazie alle intercettazioni nello Studio Ovale o al classico “non immaginavo che questo microfono fosse acceso”. Tuttavia, sottolinea McGinn, l’espressione di Obama non è stato un lapsus, ma un commento intenzionale, un uso strategico del linguaggio profano per provare costruttivamente ad esprimere la sua rabbia ed a dimostrare agli elettori il suo coinvolgimento nel problema.

L’utilizzo costruttivo della parolaccia è stato oggetto di uno studio del 2007 pubblicato sulla Rivista di Leadership e Sviluppo Organizzativo di Yehuda Baruch e Stuart Jenkins dell’Università di East Anglia a Norwich (UK). I due studiosi hanno analizzato la letteratura esistente al fine di comprendere perchè, come e quando le persone imprechino nell’ambiente professionale, e a tal fine hanno formato dei gruppi di ricerca. Inoltre, il coautore Jenkins è andato in missione sotto copertura, come lavoratore temporaneo di un centro di meccanizzazione postale, dove ha analizzato l’uso di parolacce da parte dei dipendenti e ne ha testato gli effetti su se stesso. Jenkins, dopo un paio di mesi passati a lavorare nel centro, rivolse diverse volgarità a un maschio alfa di nome Ernest del reparto imballaggio: “Datti una c…. di mossa, … di uno scansafatiche!”. Nonostante gli altri lavoratori fossero rimasti senza parole, questo episodio fece sì che Jerkins venisse invitato a partecipare ad attività di gruppo dalle quali era sempre stato escluso: aveva superato il ‘test del cattivo linguaggio’, ottenendo l’ammissione nel gruppo sociale degli imballatori.

Baruch e Jerkins distinguono due tipi di ‘parolacce da ambiente lavorativo’: le ‘imprecazioni sociali’, usate generalmente nelle conversazioni di tutti i giorni, e le ‘imprecazioni da stress’, quelle del tipo “Oh merda”, diffuse in luoghi dove si avverte un costante nervosismo nell’aria. Le prime possono servire a manifestare solidarietà, le seconde a portare sollievo e liberare lo stress in un momento di tensione.

Anche McGinn, come la gran parte delle persone educate, cerca di limitare l’uso del linguaggio vietato ai minori, anche se in verità applica questa auto-censura più a casa con i figli che al lavoro con i colleghi. Le sue, ammette, sono quasi sempre “imprecazioni sociali” durante conversazioni private con i colleghi, usate per mostrare comprensione e sensazioni forti, e per creare un legame umano con tutti.

Nell’esperienza di McGinn, nonostante qualche capo avvezzo all’uso della f-word, gli executive più importanti hanno sempre generalmente evitato di usare un linguaggio volgare. Però, da giornalista, ha sentito spesso dirigenti imprecare durante le interviste; forse per abitudine, o per tentare di ingraziarsi i giornalisti (una sorta di strategia del “non dovrei raccontarle questo, ma so che mi posso fidare”).

Un veloce sondaggio all’interno del management team di ExecutiveSurf ha messo in luce come siano spesso gli ambienti più professionali ad eccedere in volgarità. Sono celebri le sfuriate di un managing partner italiano di una multinazionale della consulenza, il quale dietro il gessato, i gemelli e la pettinatura impeccabile nascondeva evidentemente uno spirito da portuale. Secondo il creatore di Dilbert, l’incapacità di raggiungere il livello maschile nelle parolacce rappresenterebbe infine l’ennesima componente del glass ceiling che ostacola la carriera femminile.

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