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Attivismo verde: Intervista a Fabrice Leclerc

“Solo pochi anni fa gli studenti della SDA Bocconi, pensando alla loro carriera dopo il master, si chiedevano quale fosse l’azienda numero uno su cui puntare. Oggi mi chiedono la statistica dei best place to work.” A parlare è Fabrice Leclerc, un passato da stratega dell’emotional branding (vedi l’intervista del 2002) e oggi alla testa di una crociata verde. Che inizia in una riserva naturale in Francia, nel Périgord.

Secondo Leclerc quella a cui stiamo assistendo non è semplicemente una crisi, ma una radicale trasformazione, tutta all’insegna della sostenibilità.

Come è arrivato all’attivismo verde?

In Diageo, con un progetto tra Alessi e Häagen Dazs per le coppette gelato avevo introdotto un nuovo sistema di marketing non più collegato alle chiavi razionali, bensì a quelle emozionali. Il mio primo passaggio è stato così nel mondo delle sensazioni. Ho proseguito con questa filosofia anche nell’incarico successivo, in l’Oréal nella nuova divisione innovation luxury.

Dall’emozione alla voglia di fare qualcosa che non fosse profit only, e, soprattutto di basso impatto ambientale, il passo è stato breve.

E così è passato all’oasi.

Ho sentito il bisogno di fare qualcosa e ho creato una ong: la Vallée Etérnelle, un santuario dell’Unesco nel Sud Ovest della Francia. Nell’associazione siamo in seicento, per ora, con una presenza del tutto trasversale, dal super politico al contadino.

Nella valle gli scienziati hanno fatto le analisi di bio diversità e abbiamo scoperto che in questo luogo vivono più di trentacinque specie protette; abbiamo creato una riserva naturale, in pratica uno strumento di difesa legale per combattere tutti i progetti che potrebbero danneggiarla, a partire da quelli di urbanizzazione. Infine abbiamo attivato dei progetti di business a impatto zero iniziando dalla produzione di miele biologico e reintroducendo più di trenta milioni di api, perchè l’ape è la base della vita.

Lei che ruolo attivo ha nella riserva?

Il mio apporto nell’associazione è nell’area marketing e finanziaria e nella creazione di business model; nel frattempo sono diventato consigliere economico del governo francese. Io non sono un sostenitore del non profit only, così come non lo sono del profit only.

Si tratta di promuovere profit, people and planet. I nuovi modelli integreranno le diverse conoscenze, il futuro è nel triple bottom line. Anche nella mia esperienza personale ho attinto dalla mia formazione in veterinaria e dalla mia attività nel business. Il futuro non è a compartimenti stagni, ci sono manager in grado di creare qualcosa di nuovo e interessante e scienziati capaci di integrazione business “eco” e verde.

Si tratta di un futuro vicino, quello di cui parla lei?

Ricevo tante domande da parte di chi non ha lavoro, si cercano nuove strade e il potenziale è enorme, soprattutto ora che la crisi non è finita. Che poi non è una crisi, ma una trasformazione.

Le domande arrivano dalla Francia?

Anche dall’Italia. Ho creato un corso alla Bocconi di green management, e i giovani la domanda classica che mi fanno è qual è il best place to work, non hanno più voglia di lavorare per il numero uno, solo in termini di marchio. E’ una visione molto più olistica del lavoro. E anche del luogo: non credo più nell’ufficio. Credo che saremo costretti a lavorare da casa per un problema di costi e tempi, ma anche e perché la casa è lo spazio dove creare le interconnessioni della nostra vita.

E’ fiducioso?

Molto, credo che la strada del nuovo spirito sia ormai segnata. E lo dimostrano anche gli studi, a questo proposito segnalo un articolo molto interessante sulla green marketing revolution.

E poi ho un osservatorio importante: l’università. Mi permette di trasferire la passione e tutto quello che ho imparato e mi aiuta a verificare ciò che dico. E’ un bel test.

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