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La Spagna di oggi: corride, lotterie e politica

Ernest Emingway fu un grande amante delle corride; ma lo fu anche della caccia e della pesca, finché non si sparò. Al di fuori dei confini spagnoli, la gran parte della gente ritiene che le corride siano qualcosa di disgustoso. E, a dire il vero, sembra che anche buona parte degli spagnoli la pensi allo stesso modo.

Lo scorso dicembre, il Parlamento catalano ha accolto favorevolmente una petizione che chiede la messa al bando delle corride, uno sport sinonimo di coraggio, moda, polvere e morte, che è diventato, più di qualsiasi altra cosa, il simbolo della Spagna. Potrebbe diventare legge già quest’anno.

Nel Regno Unito, nonostante il governo laburista abbia vietato la caccia alla volpe, questa continua ad essere praticata senza disturbo; i media spagnoli, dopo aver interpretato il divieto come un attentato socialista ai piaceri dell’alta società, hanno richiamato l’attenzione sugli effetti che una decisione simile avrebbe nel loro paese.

L’unica cosa certa è che tutto questo ha ben poco a che vedere con il benessere dei singoli animali. E’ in ballo l’acquisizione di popolarità in un anno di elezioni, e questo argomento ha grande rilevanza nel dibattito politico spagnolo.

La vera posta in gioco è l’autonomia catalana. Nel 2006, oltre ad essersi espresso favorevolente su un referendum per cinque milioni e mezzo di catalani, il Parlamento spagnolo ha approvato una Carta dell’Autonomia. E’ da allora che la corte costituzionale si arrovella intorno a questo caso senza precedenti, e la decisione dei giudici sembra essere imminente.

Incapaci di attendere il verdetto, 167 città desiderose di una maggiore autonomia hanno proposto il proprio referendum non ufficiale, che si è concluso con il 95% dei voti favorevoli. Tuttavia, si trattava solo del 27% dell’elettorato; stando ai sondaggi riguardanti la cosmopolita città di Barcellona e il resto della Catalogna, il risultato potrebbe rivelarsi ben diverso, visto il predominante numero di “no”.

Nel 1978, la costituzione spagnola ha definito regioni chiave i Paesi Baschi, la Catalogna e la Galicia. In un nazione dove esistevano già 17 governi regionali, il potere politico di queste tre zone non è mai stato delineato ufficialmente, tanto da provocare continui spargimenti di sangue.

Quest’anno, i Catalani voteranno per il loro parlamento. Dopo 7 anni al potere, la coalizione formata dai socialisti, dall’estrema sinistra e dai separatisti, potrebbe perdere contro il CiU (Convergenza e Unione), che in passato ha governato la Catalogna per 23 anni.

Nel caso di una vittoria non schiacciante, il CiU potrebbe allearsi con il primo ministro spagnolo Zapatero, offrendogli il proprio appoggio a Madrid, e quindi la prospettiva di un governo più stabile. Al di fuori dei confini catalani, la gente si augura che questo avvenga, nella speranza che il governo riesca così a risollervarli dalla loro precaria situazione economica.

Gli spagnoli sono in gran parte degli europeisti. Ancor prima che il governo sottoponesse il referendum sul Trattato di Lisbona ai propri cittadini, il primo ministro Zapatero ha informato tutti dei miliardi di euro ricevuti in seguito all’ingresso della Spagna in Europa nel 1986. E’ arrivato persino a dichiarare che quasi la metà della rete stradale è stata costruita con soldi provenienti dall’Europa, e che i cittadini avrebbero dovuto votare “si” se non altro per gratitudine. Dopo la dittatura di Franco, entrare a far parte dell’Europa è stata una sorta di liberazione per gli spagnoli, un simbolo di democrazia che la costituzione Europea riesce senza dubbio ad incarnare.

L’amore degli spagnoli per l’Europa, è testimoniato dai festeggiamenti che il governo di Zapatero ha messo in atto per celebrare la presidenza spagnola dell’Unione Europea. Zapatero ha promosso un piano decennale che stimoli la competitività al fine di pagare il generoso modello di welfare state europeo.

Purtroppo per lui, la reazione del resto dell’Europa è stata tutt’altro che entusiasta. Il tasso di disoccupazione spagnolo è intorno al 20% e molti pensano che il suo sia uno scandaloso tentativo di coinvolgere l’Europa nello stimolare la ripresa economica nel suo Paese.

La sua presidenza di turno dell’Unione Europea è un anacronismo. Il nuovo presidente del consiglio europeo Herman Van Rompuy sembra essere infastidito dal dover condividere la sua posizione con Zapatero, il quale ospiterà in maggio a Madrid un vertice tra UE e Usa, accogliendo il presidente Obama in territorio spagnolo. I politici e burocrati europei ritengono che questo compito spetti a Van Rompuy.

Secondo gli analisti finanziari, la Spagna rappresenta più o meno i trend europei. E’ entrata in Europa modernizzandosi e favorendo un forte sviluppo economico, ma le sue fragilità strutturali restano un ostacolo alla stabilità finanziaria.

Esiste un innato problema che caratterizza ogni Paese di media grandezza in un mondo dominato dalle potenze emergenti. La Spagna ha dovuto lottare per essere ammessa ai summit del G20, tanto che l’eccessivo numero di europei presenti ha portato i vari leader del mondo a chiedersi chi debba in effetti tenere le redini del pianeta.

La Spagna, come ogni paese lontano dall’essere una superpotenza, sa bene quanto sia difficile essere ascoltati; il rischio che corre insieme a molti altri paesi europei è quello di venire completamente ignorati. Tuttavia, la presidenza di turno dell’UE permetterà a Zapatero di far sentire la propria voce. Ecco perché i prossimi sei mesi saranno interessanti.

Nonostante l’economia spagnola sia in recessione e le corride rischino il divieto, esiste un’istituzione spagnola che non conosce crisi, anzi.

Lo scorso dicembre, la lotteria nazionale spagnola El Gordo (Il Ciccione) ha distribuito vincite in denaro per 2 miliardi e 300 mila euro.

Pur non potendo definire gli spagnoli un popolo di giocatori d’azzardo, ciò che spendono in un anno alla lotteria, 12 miliardi di euro, equivale a circa l’1% del PIL.

Circa il 75% del Paese compra i biglietti della lotteria. Spesso i giocatori vengono incoraggiati a comprare biglietti da 200 euro, divisibili in décimos da 20 euro l’uno. La maggior parte della gente si organizza in gruppi di amici o al lavoro. Oltre a jackpot milionari, grazie ai molti premi minori in palio le possibilità di vincere qualcosa diventano addirittura una su sei.

In altri paesi la lotteria viene vista come una tassa del povero, mentre in Spagna essa è parte integrante del tessuto sociale, e interessa tutte le classi di reddito. Questo sentimento è riassunto chiaramente nella frase attribuita a un banchiere: “Non intendo essere l’unico idiota che torna a lavorare nell’ufficio dove la schedina giocata dai colleghi è quella vincente.”

Il governo spagnolo incassa il 30% della vendita dei biglietti, una cifra che lo rende l’unico vero vincitore.

La Spagna è un paese diviso e affascinante, dove tradizione e identità culturali cercano di rapportarsi al mondo moderno, spesso con risultati complicati. Durante i prossimi sei mesi, la Spagna saprà di essere al centro della scena, e questo vale certamente almeno per quanto riguarda l’Europa.

Lo spagnolo è un pessimo servitore, ma è ancor peggio come padrone.

(Antico proverbio inglese)

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