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Il calendario dell’arte: Le mostre di marzo 2010

Cosas Humanas – Josè Molina

Dopo la prima personale nel 2006, Predatores, Josè Molina torna alla Fondazione MUDIMA di Milano con un progetto più ampio, una carrellata del poliedrico mondo visionario di questo spagnolo madrileno, classe 1963, da anni ormai italiano di adozione. Il mondo di Josè Molina è abitato da personaggi a volte ironici, a volte mostruosi: sembrano usciti dai quadri di qualche pittore surrealista o fuggiti da qualche libro di esploratori naturalisti, dove la magia dei mondi fantastici scoperti lasciano spazio (legittimo) al dubbio se siano reali o veri solo nella mente di chi li ha disegnati.

Dalla visionaria fantasia (e attraverso le mani poi) di questo incredibile artista prendono vita mondi che Josè Molina ha bisogno di portare alla luce in tanti modi: disegni, dipinti, schizzi su fogli e splendide grafiche colorate in cui si nota non tanto l’amore per un’estetica ed un iperealismo fine a sé stesso, quanto un manierismo dettato dalla passione della sperimentazione dei mezzi per esprimersi: matita, china e ago, bic e matita colorata, olio su tavola, grafite, pastello. Ogni volta alla ricerca di un limite che la sua fantasia sposta sempre più in là, al confine di quei mondi che solo gli esploratori, i visionari e i folli sanno vivere e vedere, senza muoversi o viaggiare con il corpo, ma solo guardando con gli occhi dell’immaginazione e con il cuore, alla ricerca di quei mondi interiori che sono dentro di noi e che pochi hanno la fortuna (o la maledizione?) di conoscere. Josè Molina varca ogni volta la soglia di quei mondi paralleli, specchio, forse, delle nostre vite precedenti, alla ricerca di un orizzonte continuo e sempre lontano. Una scusa per viaggiare alla ricerca dei propri sogni, dei fantasmi e delle memorie di mondi dove le regole e i limiti sono solo quelli della fantasia e del coraggio per guardarli.

Dal 24 marzo al 9 aprile 2010.

Man Ray-Mapplethorpe

In concomitanza con la mostra Robert Mapplethorpe. La perfezione della forma (21.03-13.06.2010) organizzata dal Museo d’Arte di Lugano diretto da Bruno Corà, la Fondazione Marconi di Milano, in collaborazione con la Mapplethorpe Foundation di New York, presenta la mostra Man Ray-Mapplethorpe. In mostra al primo e secondo piano della Fondazione, fotografie e oggetti di Man Ray a confronto con una selezione di 25 lavori di Robert Mapplethorpe, suo grande estimatore. La mostra sarà accompagnata da un Quaderno della Fondazione con testo critico di Bruno Corà.

La mostra permetterà di identificare analogie e differenze tra le opere e i “punti di vista” dei due poliedrici artisti americani, tra loro distinti per generazione, ma accomunati dalla magistrale capacità di rendere le forme e la bellezza dei soggetti scelti: dai fiori, agli oggetti, ai nudi maschili e femminili. Nel 1920 a Parigi, Man Ray inizia a lavorare come fotografo professionista e con il tempo diviene un collaboratore di “Harper’s Bazar”, “Vogue”, “Vu”, “Vanity Fair” e altre riviste famose. Sebbene in quegli anni Man Ray sia noto soprattutto per i ritratti, è allora riconosciuto come artista della fotografia grazie ai suoi rayographs e alla solarizzazione. Il suo assistente, Lucien Treillard dice di Man Ray “Man Ray fotografo? No, si è servito della fotografia come di altri mezzi espressivi: matita gouache, pittura a olio, ecc. Ha creato opere d’arte con l’ausilio del mezzo fotografico. Man Ray è un artista e rivendica questa etichetta. Certo, ha realizzato opere commerciali per la moda o per clienti occasionali. Ma spesso la fotografia diventa grazie a lui opera d’arte.”

Come Man Ray, anche Robert Mapplethorpe, nella sua breve carriera, dopo essersi inizialmente dedicato alla pittura, rivolge la sua attenzione alla fotografia, attraverso la quale ricerca ed esalta la bellezza e la sensualità della forma, in un equilibrio complementare tra bianco e nero, linee angolari e non, classicità e contemporaneità. In un’intervista con Janet Kardon del 1988, Robert Mapplethorpe afferma: “Credo che uno potrebbe sfogliare una quantità delle mie fotografie e dire: ‘Ecco, questa somiglia all’artista tale, e questa somiglia all’artista talaltro’. Ma mi piacerebbe pensare che le influenze non siano poi troppo forti”. Molti artisti moderni e contemporanei, hanno infatti in parte influenzato l’opera di Mapplethorpe, tra questi si inserisce sicuramente la figura di Man Ray, profondamente stimato e considerato dall’artista il più importante fotografo mai esistito.

In quest’occasione, al primo e secondo piano della Fondazione, saranno esposti fotografie, dipinti e oggetti di Man Ray realizzati tra i primi anni ’20 e i primi anni ’70, a confronto con una selezione di 25 lavori dal 1975 al 1986, di Robert Mapplethorpe. Tra queste si segnalano uno dei numerosi ritratti dei primi anni Ottanta di Lisa Lyon, atletica musa e collaboratrice di Mapplethorpe, contrapposti a Woman in Bondage del 1928-29 di Man Ray; le Calle iconiche di Mapplethorpe del 1983 e quelle di Man Ray rappresentate attraverso la tecnica della solarizzazione nel 1931; il nudo Ken, Lydia, Tyler del 1985 a confronto con la fotografia dell’assemblaggio di oggetti, in cui Man Ray accosta arte classica a geometria Target del 1933; il ritratto di Jennifer Jakobson del 1981 a confronto con La chevelure di Man Ray del 1929.

24 marzo – 22 maggio 2010

Fondazione Marconi – Arte Moderna e Contemporanea

Milano

RADICAL INTENTION #01: Things can Change Quickly

Il 24 marzo Radical Intention invita Valerio Del Baglivo e Andris Brinkmanis a discutere sullo spazio educativo come possibile spazio rivoluzionario, luogo del sapere alternativo e del sapere libero. Attivando una riflessione su nuove forme di assimilazione intellettuale e strategie artistiche che riflettono sul tema, il talk tenta di individuare metodologie inedite nei contesti educativi.

24 marzo 2010, Ore 19

Via Malaga 4, Milano

Eleonora Oreggia (XNAME) – L’antidoto all’incertezza

Il mondo come villaggio globale offre agli individui una più vasta possibilità di scelta rispetto al passato: le persone possono decidere la propria professione, il luogo di residenza, il genere sessuale; al tempo stesso multinazionali e supermercati forniscono i medesimi prodotti in ogni parte del mondo, omogeneizzando la realtà e tentando di mettere in ombra stagioni e produzioni locali. Questa conclamata varietà – quella delle molteplici alternative – è in realtà illusoria: la schiavitù è tuttora presente, anche se in forma di mercificazione. Percorsi e opzioni appaiono come pre-descritti, mentre le preferenze delle persone, a partire dal dominio digitale, stanno diventando un nuovo genere di consumo. A partire da tale riflessione alcune domande sorgono spontanee: la mancanza di volontà non è forse una delle conseguenze della globalizzazione? Può questa essere considerata, in un certo senso, come un disagio specifico dei territori post-industriali urbani e civilizzati? Se l’atto di evitare le decisioni è un modo per boicottare se stessi e il sistema, reagendo all’instabilità e rifiutando ogni responsabilità sul corso della vita, allora la libertà odierna è solo apparente e predeterminata?

Sebbene la società contemporanea offra agli individui questa vasta gamma di possibilità, tuttavia stato sociale e vita sostenibile non sono garantiti ai cittadini. Quando la precarietà diventa un’arma puntata contro le masse, l’instabilità si rivela efficace nel piegare la popolazione e spremere i diritti civili. Nel momento in cui i bisogni di base diventano un lusso, e il tempo è in saldo, la guerra non è altro che uno stato invisibile e permanente. Il movimento continuo, l’accelerazione e le comunicazioni veloci stanno modificando la naturale percezione di spazio e tempo, aumentando il senso di disorientamento e preparando il terreno per l’enigma delle multiple possibilità. La domanda: “E adesso (che puo’ succedere)?” inizia a reiterare in un circolo vizioso. Dato che l’ambiente è slegato dagli individui, l’istinto può incepparsi. La persona, incapace di esercitare la propria volontà, esplode in una crisi: la risposta è una legittima fuga, e l’ubiquità diventa un nascondiglio.

Accademia Belle Arti di Brera

Giovedì 25 marzo 2010 ore 11,00

via Brera 28 Sala Napoleonica, Milano

Rubens e i Fiamminghi

A Como 25 capolavori del maestro fiammingo provenienti dalle collezioni della Gemäldegalerie dell’Accademia di Belle Arti, dal Liechtenstein Museum e dal Kunsthistorisches Museum di Vienna. La mostra a Villa Olmo presentauno dei nuclei di Rubens numericamente più importanti finora mai esposti in Italia, oltre a 40 opere di artisti della sua cerchia, tra i quali il grande Anton Van Dyck, Jacob Jordaens, Gaspar de Crayer, Pieter Boel, Cornelis de Vos, Theodor Thulden.

Il percorso espositivo studiato da Sergio Gaddi per le nove sale di Villa Olmo, si snoda attraverso i temi caratteristici della pittura di Rubens, come i soggetti sacri, i riferimenti alla storia e al mito, e contempla alcuni dei maggiori capolavori del maestro fiammingo.

Tra questi, le Tre Grazie (1620-1624), vero manifesto dell’ideale bellezza femminile del tempo e che Rubens rappresenta sul modello del gruppo scultoreo ellenistico ritrovato a Roma nel XV secolo. Rubens dipinse il motivo delle Tre Grazie diverse volte, come soggetto singolo o inserito in un contesto più ampio. In questo caso, i tre personaggi femminili sono impersonati nelle figure delle dee greche delle stagioni, vestite solo di un leggerissimo velo, che reggono un cesto di fiori, donando loro uno straordinario movimento circolare e un naturale ed elegante intreccio di braccia e di mani.

Borea rapisce Orizia (1615), vigoroso capolavoro e immagine guida della mostra, rappresenta il rapimento, narrato da Ovidio nelle Metamorfosi, della ninfa Orizia, da parte del barbuto e alato Borea, personificazione del vento del nord. Rubens fonde i due corpi in un avvolgente e fluttuante abbraccio, catturando il momento di transizione che dalla paura e violenza del rapimento conduce a un’estasi di amore e fantasia. Il corpo di Orizia, come quello di tutte le figure femminili di Rubens, è reso con un incarnato talmente realistico e vivo da far domandare a Guido Reni: “Ma questo pittore mescola il sangue ai colori?”

Due opere di straordinaria importanza presenti in mostra sono La circoncisione di Cristo (1605), che risponde a precise indicazioni iconografiche dettate dalla Controriforma di espressione chiara ed immediata di partecipazione al sentimento religioso, e la Madonna della Vallicella (1608) – forse la commessa di maggior prestigio che l’artista ricevette in Italia – due modelli per le pale d’altare della Chiesa dei Gesuiti a Genova e di Santa Maria della Vallicella a Roma, dove l’impostazione teatrale della luce e l’atmosfera cromatica rivelano l’influsso dei grandi pittori veneziani del Cinquecento, che Rubens aveva studiato durante il suo soggiorno a Venezia del 1600.

L’imponente dipinto Il satiro sognante, una delle opere più insolite del maestro fiammingo, realizzata tra il 1610 e il 1612 poco dopo il suo ritorno in Italia, colpisce, oltre che per la sua allegorica sensualità, per l’architettura della composizione che contrappone il gruppo composto da Bacco, dal satiro ubriaco e dalla Menade, a una traboccante natura morta, composta da un prezioso vasellame dorato e da una ricca serie di calici e coppe.

Un’assoluta rarità è Il giudizio di Paride (1605-1608), una delle sole quattro opere che Rubens realizza su tavola di rame, supporto inconsueto per un tema ricorrente nella sua pittura, più volte ripreso fino al famoso quadro del 1638-39 commissionato dal re di Spagna Filippo IV, ora al Prado di Madrid. È questo uno dei più incantevoli ‘poemi’ dipinti da Rubens, in cui tutto, dall’insieme della composizione, alle figure al paesaggio, al cielo che le sovrasta, si risolve nel colore e nella pittura stesa con pennellate fluide, fondendo in un unicum indissolubile sia le figure che l’ambiente che le circonda. Il dipinto raffigura la competizione tra le dee Giunone, Minerva e Venere per il titolo di donna più bella dell’Olimpo, giudicate da Paride.

Particolarmente significative sono le due grandi tele che raffigurano Vittoria e Virtù e Il trofeo di armi, appartenenti al ciclo che Rubens dedicò al console romano Publio Decio Mure (1616-1617). Il tema dei quadri è ispirato alle vicende dell’eroico condottiero vissuto nel IV secolo a.C., la cui storia è stata tramandata da Tito Livio. Le grandi imprese hanno sempre stimolato l’artista, tanto da fargli dire, in una lettera del 1621 indirizzata a William Trumbull: “Confesso che una dote innata mi ha chiamato a eseguire grandi opere piuttosto che piccole curiosità. Ciascuno ha la sua maniera. Il mio talento è di siffatta guisa che nessuna impresa, per quanto grande e multiforme nell’oggetto, potrà sormontare la fiducia che ripongo in me stesso”.

Di notevole valore storico, oltre che artistico, la serie dei piccoli oli su tavola di soggetto sacro, dipinti da Rubens come modelli preparatori per i 39 dipinti commissionatigli nel 1620 per i soffitti della chiesa dei Gesuiti di Anversa, opere che andarono poi distrutte dall’incendio della chiesa del 1718. La costruzione pittorica di particolare dinamismo e la prospettiva dal basso verso l’alto testimoniano la suggestione di Paolo Veronese esercitata sulla fantasia di Rubens.

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