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iPad: non per il business? Tante critiche, ma i “Mac-maniaci” sono certi che il nuovo strumento non li deluderà.

Tra gli analisti che hanno assistito alla presentazione dell’iPad molti si sono chiesti quale sia il futuro per questo nuovo oggetto del desiderio in ambito corporate. I blogger tecnici, in particolare, osservano come alcune lacune dell’anello mancante tra smartphone e laptop lo rendano totalmente inadatto all’uso in ambito aziendale. Ad esempio, l’iPad non ha capacità di lavorare in multitasking; chi scrive ha al momento (probabilmente più per una sorta di nevrosi) otto programmi aperti, e probabilmente è impensabile in ambito aziendale non poter saltabeccare di continuo dall’email al foglio elettronico o al programma di scrittura.

Impossibile, almeno per ora, accedere ad una VPN, o usare Microsoft Exchange, o aderire agli standard di sicurezza delle maggiori corporation. Quanto alle capacità di navigazione, iPad funziona benissimo ma non supporta Flash; di cui, piaccia o meno, le pagine internet sono piene. La compatibilità con il mondo Office (excel, word, powerpoint) è garantita solo dalla presenza di iWork, la suite alternativa di Apple; molto più elegante, per i Mac-addict, ma sconosciuta ai più, fedeli ai programmi Microsoft. Infine, varie limitazioni alle capacità di connessione completano le delusioni.

Detto tutto ciò, sarebbe facile liquidare iPad come inadatto al business. E ricadere nel vecchio adagio “Apple fa prodotti fantastici per la grafica, ma per il business non va bene”. Proviamo però a ripercorrere la storia di iPhone. Pochi IT manager hanno corso il rischio di adottarlo subito come standard aziendale; ma, si sa, raramente in queste figure si nasconde l’innovatore visionario. Eppure iPhone si sta lentamente diffondendo anche nell’ambito professionale. A partire dai free lance, dai manager a contratto, dalle organizzazioni più anarchiche (ExecutiveSurf è tra queste).

Ciò che è accaduto con l’iPhone è la dimostrazione che le grandi organizzazioni non fanno più tendenza. Il mondo si sta effettivamente trasformando in quella rete di individualità che Rifkin profetizzava. E le isitituzioni hanno perso il ruolo di spinta nella trasformazione. Tra poco si troveranno a dover accettare un certo grado (apparente) di inefficienza per accogliere le spinte individualiste dei migliori talenti. Inoltre, nel caso dell’iPhone è stata la stessa rete di individualità a renderlo sempre più fruibile, grazie allo sviluppo di mini-applicazioni (canalizzate dall’Application Store) che ne hanno ampliato la portata a dismisura. Chi ci dice che ciò non accadrà anche con l’iPad? Magari rivoluzionando il modo stesso in cui produciamo documenti, scriviamo presentazioni e collaboriamo allo sviluppo di progetti?

Vi ricordate quando uno degli ostacoli al cambiamento era il suono e la risposta meccanica della tastiera dei nuovi PC? Non sembra che gli smanettoni che amavano picchiare sui tasti come se si trattasse di una Lettera 22 abbiano saputo arrestare l’avanzata del touch screen. Oggi mio figlio (7 anni) fatica a comprendere come mai toccando lo schermo del mio Mac non succeda nulla.

La filosofia alla base dello sviluppo di Apple è l’esatto contrario di un approccio “me-too”: crea nuovi bisogni, anche irrazionali, li veste di piacevolezza nel processo di acquisto e di fruizione e, lentamente ma neanche troppo, li usa come cavallo di Troia per entrare in ambienti conservatori e scardinare vecchie consuetudini. Di iPad, che oggi è facile liquidare come “un grande iPhone che non fa le telefonate”, se ne dovrà riparlare tra un po’.

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