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A ciascuno il suo

Ha fondato l’azienda nel 1966 e ora lascia il timone al figlio Nicola, 29 anni; resta ancora, da consulente, con la speranza di non servire troppo per dedicarsi alla sua passione: la creazione dei prodotti, lasciandone agli altri il peso dello sviluppo.

Parliamo di Carlo Vaccari, presidente di Ferplast, azienda leader di pet comfort, 90 milioni il fatturato nel 2006.

Qual è il segreto di un buon rapporto tra l’imprenditore self made e il management?

Non esiste una ricetta: i buoni collaboratori non li ho fatti io. Di base, chi si riconosce nella nostra filosofia resta, e può restare parecchi anni, chi non lo fa, cambia azienda.

Può essere più specifico?

Pretendo onestà e serietà negli affari, diffido di quelli che sono troppo a nostro favore. Per me un affare è: 60 a me, 40 alla controparte. Così sta in piedi. Un rapporto 90/10 non regge.

Molti imprenditori chiedono al proprio management imprenditorialità: lo trova giusto? O è meglio che il manager si ritagli un ruolo nel “backstage”?

Io e mio figlio non siamo specializzati in niente: non siamo tecnici, non siamo contabili, non siamo esperti di sistemi informativi. Sono i collaboratori gli specialisti del loro settore, e non pretendo che diventino imprenditori.

Aprirebbe il suo capitale ai fondi e a una quotazione in borsa?

No, ed è un no categorico. Se per caso mio figlio, fra tre o quattro anni volesse farlo, preferirei vendere tutta l’azienda che vederla in mano a qualcuno che la spreme e poi la cede.

Esistono difficoltà di attrazione di risorse qualificate?

Non è facile trovarle, ma noi puntiamo molto a far crescere le nostre persone. Ho avuto brutte esperienze con i cacciatori di teste che ci hanno rifilato quelli che io chiamo i professionisti della buonuscita. Restano qui due anni, e se ne vanno con la liquidazione. Inoltre, ho sempre puntato sui giovani. Dall’inizio dell’anno mio figlio Nicola, che ha 29 anni, ha fatto ragioneria e la sua università lavorando all’estero, è diventato direttore generale. Ha dimostrato in cinque anni – anche grazie alla brillante intuizione delle potenzialità del mercato degli acquari, creando e gestendo in maniera autonoma una divisione dedicata all’interno dell’azienda – di essere capace. Oggi sono convinto che sia pronto e per questo ho deciso di affidare a lui l’ulteriore crescita dell’azienda.

E lei?

Resterò da consulente, finché ce ne sarà bisogno e poi mi dedicherò al mio hobby: la costruzione dei nuovi prodotti. Mi sono già ricavato un angolo in fabbrica dove lavorerò con alcuni vecchi della Ferplast. E poi, se resterà tempo, andrò in bicicletta.

All’estero avete optato per una presenza diretta da subito? Come avete definito i paesi prioritari?

Abbiamo due sedi produttive: in Ucraina e in Slovacchia. La prima l’abbiamo aperta un po’ per caso, perché un amico italiano aveva due aziende lì e perchè tutti andavano in Romania e io non vado dove vanno gli altri.

La Slovacchia è un paese in cui la manodopera ha un prezzo contenuto. E grazie alle facilitazioni concesse per un accordo fatto tra imprenditori e paese, conveniva lì più che in Cina, dove gli operai costano un euro al giorno, ma valgono anche un euro al giorno.

Per le sedi commerciali siamo andati nei mercati più importanti per noi: Francia, Benelux Repubblica Ceca e Ungheria.

L’Italia può restare un paese di produzione?

Trovo sbagliato restare al 100% e andare all’estero al 100%. In Italia è concentrata la parte progettuale, di design e di ricerca, oltre ai processi che richiedono maggiore automazione come quella degli acquari. All’estero invece abbiamo portato la parte produttiva che necessita di manodopera.

Molti giovani sognano di fare gli imprenditori; nei corsi MBA fioriscono i moduli di “imprenditorialità”. Come si comincia, quali sono i suoi consigli?

E’ la domanda più difficile che mi possa fare. Sono partito da giovane a quindici anni, con due milioni prestati e il diploma di terza media. In Italia un percorso come il mio, e come quello della maggior parete degli imprenditori del Nord Est, è irripetibile. Sono cose che si fanno ora in Cina e in Bangladesh.

Per aprire un’attività devi avere soldi, ma tanti. Non basta più la buona volontà, le banche prestano solo a chi ha già. Inoltre, mi sembra che i giovani vogliano fare le veline e i cubisti. E chi ha studiato tanto non si sporca più le mani. Mio figlio i lavori in fabbrica li ha fatti tutti; mia figlia, che ha il pallino del marketing, lavora come commessa perché deve capire come la pensa il consumatore, poi andrà anche lei all’estero. Mio figlio ha avuto il papà che gli ha finanziato l’attività. Gli ho dato dieci milioni di euro in mano e lui ha aperto la fabbrica degli acquari, penso che se avesse fatto la Bocconi, non avrebbe voluto sporcarsi, avrebbe cercato di fare fruttare il capitale in altro modo e, forse, non avrebbe costruito niente.

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