46 Jobs | 974661 Resumes

Quis custodiet ipsos custodes? Nella finanza i bonus sono diventati usuali e attesi.

La cultura del bonus è un tema scottante quando la gente comune, preoccupata per il posto di lavoro, la pensione e in generale le proprie finanze, assiste ai salvataggi delle banche da parte dello stato.

Mervyn King, governatore della Banca d’Inghilterra, ha detto: “le banche sono internazionali da vive, e nazionali da morte”. Così i governi usano i soldi dei contribuenti per salvare un sistema che appare corrotto ai più, salvaguardando le tasche degli stesso che hanno generato i fallimenti.

La società civile è pervasa da una sensazione di ingiustizia, ma non c’è chiarezza sulle soluzioni.

Partiamo dalla definizione di bonus: “qualcosa concesso in aggiunta a quanto è usuale o atteso”. Nella finanza, i bonus sono diventati usuali e attesi; i pagamenti sono automatici e scollegati dalle performance. Non si tratta di bonus, ma di “addizionali” alla busta paga.

L’idea di base è che i bonus motivano i dipendenti, a tutto vantaggio dell’azienda. A maggior ragione, banche sull’orlo del fallimento avrebbero bisogno dei migliori top manager per il turnaround. Obbligare le banche salvate a non pagare i bonus sarebbe quindi, a detta di molti, un autogol.

Anche Robert Frank sul Wall Street Journal ammette che la questione è più complicata. “I banchieri hanno un ruolo fondamentale nell’economia. Questo è destinato a durare, crisi o no.” E sono tutti d’accordo, tranne che sugli eccessi del sistema. Il fatto che nessun banchiere abbia volontariamente rinunciato alla sua fetta, ha reso la categoria altamente impopolare.

D’altra parte, si tratta di un sistema autoreferenziale, ben descritto dalla citazione di Lord Mandelson “ci sentiamo a nostro agio con persone che diventano schifosamente ricche”. Come con John Thain, di Merrill Lynch, che nel picco della crisi ha speso 1,22 milioni di dollari per rifare l’ufficio (ha scelto un tappeto da 88.000 dollari, un portaombrelli da 15.000 e un cestino da 1.400!).

La pensione che Fred Goodwin ha ottenuto da RBS è leggendaria, ma c’è da aggiungere che l’ingresso del suo ufficio è stato rifatto con carta da parati da 1.000 sterline al rotolo e che la sua foresteria è costata più di 5 milioni di sterline in ristrutturazioni. Per non parlare di tutta la frutta che mangiava, fatta arrivare da Parigi in un jet Falcon da 18 milioni.

Il dibattito sulla struttura di queste retribuzioni non è nuovo, d’altra parte. I primi trader della City a guadagnare più di 100.000 sterline fecero scandalo e i 100 milioni di dollari di bonus dell’epoca di Michael Milken furono ampiamente criticati.

Quello che cambia, oggi, è la perdita di controllo sul sistema nel suo complesso. Le banche private di un tempo erano gestite direttamente dai proprietari che fiutavano il furto. Julius Strauss era noto per leggere ogni telex. Oggi i padroni sono gli stessi trader e broker che andrebbero controllati da sistemi di compliance e risk management sempre inadeguati.

Porre un tetto alle retribuzioni è nei fatti impossibile. Lo stesso dicasi per la tassazione del bonus. Quando il governo laburista di Harold Wilson e James Callaghan portò l’aliquota marginale all’89%, i banchieri della City presero a comprare in leasing gli abiti di Savile Row e l’elusione divenne l’attività principale.

Il divario nelle retribuzioni ha prima di tutto un impatto sociale. Come dichiarato dal sindacato USA ALF-CIO “questi stipendi sono il sintomo della malattia che corrompe il nostro sistema economico: avidità e corruzione che sono peggiorate con l’amministrazione Bush e la sua avversione per le regole, il controllo e la responsabilizzazione del sistema finanziario.”

Tanto più che una correlazione tra stipendi del top e performance delle aziende è tutta da dimostrare. Gli azionisti, purtroppo, guardano criticamente i numeri solo quando il danno è fatto. RBS stava accantonando un miliardo di sterline per i bonus perché, secondo il presidente Philip Hampton, occorreva mantenere la motivazione dei dipendenti. Perché, in tempi di crisi non bastava pagare lo stipendio?

Le risorse pubbliche iniettate nelle banche, purtroppo, sono state annacquate nei bilanci e nel pagamento dei bonus. Quasi nulla è tornato all’azionista pubblico, cioè al contribuente.

Si conferma insomma il pensiero di Galbraith, secondo il quale la crescita degli stipendi, legittimata da finti controlli di azionisti, auditor e comitati, è espressione di “un bel gesto da parte di ogni individuo verso se stesso.”

Barack Obama propone un tetto di 500.000 dollari agli stipendi, scatenando una raffica di reazioni contrarie, secondo cui così i migliori se ne andrebbero dalle banche pubbliche. Con migliaia di banchieri disoccupati, a noi sembra l’ultimo dei problemi.

Un banchiere che ha richiesto l’anonimato ammette che la crisi è stata causata anche dalla carenza di regole. Ma teme che una iper-regolamentazione possa fare più male che bene, facendo nascere nuovi strumenti poco trasparenti e ad alto rischio. Cita poi il problema dei manager degli enti di controllo, poco pagati rispetto al sistema che devono controllare. E propone una soluzione ardita: assegnare un bonus proporzionale al crimine portato alla luce. Geniale.

“Cos’è rapinare una banca rispetto a possederla?” (Bertold Brecht)

Leave a comment:

©2021 ExecutiveSurf | +44 2077291837 | Registered in England no. 1111 7389 - VAT. GB 291 0514 23