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Scienza e business: Intervista a Paolo Gargini

In occasione della presentazione delle nuove piattaforme, ExecutiveBoard ha incontrato a Milano il guru della ricerca tecnologica di intel: Paolo Gargini, technology strategy director.

Da quando è arrivato in Intel nel 1978, Gargini ha condotto numerosi studi sulla migrazione di elettroni di contatto e sui meccanismi di fallimento delle strutture MOS (Metal Oxide Semiconductor) avanzate nel settore dell’affidabilità di processo. Inoltre è stato responsabile dello sviluppo degli elementi base costitutivi delle tecnologie HMOS III e CHMOS III, utilizzate negli anni 80 per i processori 80286 E 80386. Nel 1985 ha assunto la guida del primo gruppo di Intel per lo sviluppo di processi inferiori ai micrometri e, in seguito ha coordinato, attraverso molteplici SCS (Strategic Capabilities Segments) la selezione degli strumenti utilizzati per le memorie logiche e tecnologiche. Attualmente a capo dell’International EUV (Extreme Ultra Violet litografy) Iniziative, che guida la cooperazione e la coordinazione attraverso i più importanti “consorzi” EUV nel mondo, Paolo Gargini è anche membro dell’International Consortia Cooperation Initiative (ICCI), fondata nel 2001 per incentivare lo scambio di informazioni tra un selezionato gruppo di enti ed istituti, leader mondiali nel settore dei semiconduttori.

Quali sono le possibilità per l’Italia di giocare un ruolo nello scenario IT mondiale?

Ogni volta che c’è un’innovazione teconogica questo apre le possibilità a qualsiasi nazione. E’ evidente che laddove si è creata una storia di sviluppi, come per esempio nell’area intorno a San Francisco, si concentra un numero maggiore di persone competenti e lo scambio di idee è altamente positivo.

Ma quello che è importante nell’innovazione è rendersi conto che qualcosa di nuovo sta succedendo; l’infrastruttura rende più facile o difficile, ma non è determinante. Penso per esempio all’azienda Media Lario che produce in Lombardia.

Le borse hanno giocato un ruolo importante nel portare gli scienziati verso il mercato, ad esempio nelle biotech. Ritiene che sia questa la strada più efficiente?

Il ruolo della finanza è marginale, e non molto funzionale. Negli Stati Uniti i veri finanziamenti arrivano dal governo. Per esempio la storia delle nanotecnologie inizia dalle ricerche nelle università, poi i mercati si sono accorti di qualche movimento. Ma i finanziamenti fondamentali sono arrivati dal governo e non certo dalle borse, che hanno contribuito per qualche milione di dollari contro i circa 500 stanziati dal governo.

Quindi è un effetto ininfluente?

Può anzi essere rischioso. Dato che la logica finanziaria è diversa da quella della ricerca. Le borse hanno bisogno di guadagni immediati e si corre così il pericolo di anticipare e bruciare i tempi. Proprio come è successo per le dot com. L’aspettativa di ritorni in tempi brevi non è corretta, servono periodi di incubazione. Anche alcuni investimenti fatti sulle biotecnologie pagheranno tra vent’anni.

Con quali funzioni lavora a più stretto contatto?

Intel produce la maggior parte della ricerca esternamente. Sono attivi centinaia di progetti di università e gruppi di ricerca esterni. Di questi, poi, circa una ventina, tra quelli ritenuti interessanti, è portata all’interno per vivere una fase intermedia. Infine il 70% 80% è scartato.

Avere un laboratorio centrale non è più sostenibile economicamente.

Ma prendete anche chi sviluppa le ricerche in origine?

Il bacino da cui attingiamo le risorse è proprio l’università. Consideri che quest’anno tra i dottorandi che fanno le ricerche pensiamo di assumerne circa 600.

Come sceglie i suoi collaboratori?

Per la loro competenza. Devono poi essere in grado di giudicare non solo le attività di ricerca ma anche le persone che la conducono.

Come vive, lei che è scienziato, la struttura aziendale?

?

l’intervistato non capisce la domanda n.d.a.

Forse è una domanda “italiana”, da noi è forte la demarcazione tra intelletto e business…

Mi ricordo che in Italia c’era scienza con la S maiuscola e poi chi si era venduto all’industria. Anche in America ci sono quelli che lavorano solo per il Nobel, ma la situazione è sostanzialmente opposta: le università e i maggiori centri di ricerca sono finanziati dall’industria. Quindi i professori sono estremamente aggiornati ed è sempre chiara una connessione tra ricerca e suo utilizzo. Il fatto poi che i professori più famosi abbiano tale mentalità, e spesso anche loro piccole aziende, facilita tale interazione.

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