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La war for talent adesso è verde: Servono ricerche innovative per i nuovi profili eco compatibili

Anche nel contesto economico globale c’è un settore che deve fare i conti con la carenza di cervelli. E’ quello delle energie rinnovabili, dove anche i venture capitalist più disincantati ammettono, come Peter Rothstein di Flagship Ventures intervistato dall’Economist, che “La mancanza di talento, soprattutto imprenditoriale, è uno dei principali colli di bottiglia nello sviluppo dell’energia pulita”. Così, mentre gli investimenti nel settore crescono a tassi a tre cifre, tutta l’attenzione delle risorse umane si concentra, a colpi di survey, sulle tendenze nel recruiting. Con l’obiettivo, non dichiarabile ma evidente, di qualificarsi come esperti e proporsi in una delle poche oasi al riparo dagli “hiring freeze”. Scopriamo grazie a questi sforzi di indagine (capirete con che stupore), che il 90% degli executive delle aziende “verdi” cita il recruiting manageriale tra i problemi di cui occuparsi seriamente.

La verità è che l’executive search, un settore spesso primordiale, in cui la creatività della ricerca raggiunge il suo picco nella sottrazione del dirigente dal miglior concorrente, mal si adatta alla sindrome da foglio bianco che coglie chi deve inventarsi un nuovo profilo per un settore neonato. Alla larga, perciò, da quegli head hunter che da anni ripropongono gli stessi manager creando business community autoreferenziali. E via libera alla creatività. E’ vero che attrarre manager da altri settori è spesso rischioso, ma quando non c’è altra scelta uno sforzo di immaginazione è necessario.

Nel caso delle clean-tech, una delle caratteristiche è la comprensione degli aspetti scientifici: fondamentale per mettere a frutto gli sforzi di ricerca & sviluppo dai quali dipende, nella totalità di casi, il successo economico. Inoltre, è necessario comprendere a fondo le tecniche di project financing, in quanto spesso si tratta di investimenti in impianti che hanno, anche a livello di prototipo, ordini di grandezza ben superiori a quelli di un sito web. Infine, un occhio di riguardo per il contesto normativo e fiscale è un must per chi ha come cliente non un semplice consumatore, ma un intero sistema sociale. Per chi non ha mai lavorato nell’energia, fanno notare gli esperti, sono già almeno due caratteristiche su tre non proprio scontate.

Sta accadendo in queste aziende esattamente ciò che nel 2000 era capitato nelle internet company: sono saltati i confini tra senior e middle management. La ricerca di un agronomo può rallentare il business plan almeno quanto la mancanza del CFO. Il tutto in un contesto che è sempre più internazionale e, rispetto al web 1.0, di un ordine di complessità maggiore. Ciò dovrebbe obbligare tutte le aziende, dal fotovoltaico all’eolico, fino alle biomasse, ad affrontare in maniera integrata il proprio fabbisogno di recruiting, esplorando settori diversi, canalizzando fonti disaggregate e, soprattutto, facendo un’attenta analisi preliminare del profilo di competenze necessario. Per non rischiare pericolosi paralleli, giusto per fare un esempio, tra energie tradizionali ed energie pulite: alcune figure cresciute all’interno di cartelli potrebbero essere adatte a realtà in deregulation allo stesso modo di un dirigente della SIP negli anni d’oro della telefonia mobile.

I venture capitalist lamentano infine la mancanza di “serial entrepreneurs”: imprenditori avvezzi a trattare con il capitale di ventura, con un track record di successo magari nelle aziende dot com, che vogliano trasferire le loro esperienze nella nuova corsa all’oro.

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