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Paolo Rizzo: le azioni del gestore

Sarà la gestione azionaria l’area della finanza a più alto tasso di sviluppo nei prossimi anni, lo sostiene Paolo Rizzo chief equity officer di Investar sgr. Rizzo, 39 anni, inizia la sua carriera nell’87 in Sige come analista, ne esce nel ‘91 e passa al Gruppo Fondiaria con la responsabilità dei mercati esteri. Dal ‘94 al ‘98 è in Deutsche Bank Fondi come responsabile azionario. Prima dell’attuale incarico è stato, fino al 2001, responsabile dei mercati azionari in Fidagest – Credit Agricole Indosuez.

Secondo lei è la gestione che farà la parte del leone nei prossimi anni, come crede che evolverà il mercato?

Tutto dipende dal punto della catena del valore nel risparmio gestito in cui ci si colloca. Prevedo una netta scomposizione del business in più parti: in primo piano saranno sempre le performance, ma diventerà fondamentale il grado di servizio. Ci sarà chi venderà i prodotti, chi farà il commerciale e, dall’altra parte, ci saranno le fabbriche del prodotto, cioè chi gestirà veramente i soldi: nei mercati anglosassoni è già successo.

Quindi, i clienti più ricchi tenderanno a staccarsi dalle grandi realtà e a cercare nelle boutique di finanza i servizi che non riescono assolutamente ad ottenere dalla banca.

E le grandi strutture?

Sono convinto che per loro il business più importante sarà nel commerciale. Nel mass market, dove il livello di servizi richiesto non è particolarmente elevato, le banche saranno sicuramente vincenti soprattutto a livello di capillarità di presenza. Inoltre sarà sempre più ridotto, se non azzerato, il rischio di performance grazie al nuovo meccanismo per cui la banca può vendere, accanto ai propri prodotti, anche quelli di terzi.

In quest’ottica la figura del commerciale aumenterà il proprio peso?

Assolutamente sì, in Italia, e in tutto il mondo, c’è una grande richiesta di commerciali capaci. Le grandi banche dovranno investire nella formazione di profili preparati. Fino a che il commerciale aveva a disposizione solo i fondi della propria banca il problema era minimo, se il commerciale ha a disposizione una notevole quantità di fondi di diverse società di gestione deve necessariamente conoscere bene i prodotti ed essere in grado di offrire un servizio adeguato. Il mercato tenderà a complicarsi, il vero fattore di successo sarà la consulenza a due livelli: il primo nell’asset allocation del portafoglio che corrisponda alle esigenze del cliente, il secondo nella capacità di scegliere prodotti giusti per implementare quest’asset allocation.

Quali differenze fondamentali ha notato nell’approccio al mercato nella sua esperienza in gruppi italiani e stranieri?

Nelle banche straniere è sempre stato tutto molto più strutturato, definito e programmato, soprattutto per quanto riguarda il processo di investimento. Negli istituti italiani era lasciato molto spazio alla libera iniziativa. Adesso queste realtà sono più allineate agli standard internazionali e hanno implementato dei processi d’investimento di tipo anglosassone. E’ superata quella fase in cui “bastava esserci”, parlo del periodo che va dalla fine degli anni 80 agli anni 90, il mercato sta attraversando una fase di consolidamento e l’approccio dovrà essere molto più aggressivo in termini di qualità e servizio.

Quali sono le competenze che aiutano di più a crescere nella gestione?

Sostanzialmente io ho fatto due attività: innanzitutto quella di gestore dei portafogli e di responsabile del team di private banker, inoltre una funzione di tipo commerciale di supporto dei promotori. Infine, nei gruppi di grandi dimensioni come Credit Agricole partecipavo ai comitati mensili d’investimento per decidere le strategie sia a livello di asset allocation che di stock picking.

Il suo percorso è tutto nella gestione e sull’azionario quali sono i pro e i contro di questa linearità di carriera?

Ho un’esperienza piuttosto univoca, questo è sicuramente il lato debole, ma conosco approfonditamente tutti gli aspetti di questo business: amministrativi, contabili, legali e commerciali.

Il passaggio da gruppi storici del mondo bancario a una realtà più giovane come Investar comporta grandi sforzi di adattamento?

Chiaramente si tratta di due condizioni ben diverse: in un gruppo come Duetsche Bank il mio lavoro s’inseriva in un contesto ben preciso, a livello internazionale. In Investar il range di competenze e di lavori da seguire si è molto allargato.

Cosa l’ha spinta a lasciare Credit Agricole per una start up?

Era un mio progetto, un mio desiderio, volevo provare un’iniziativa privata, in cui avere un coinvolgimento di tipo personale. Con delle stock option su una quota considerevole del capitale, poi, si trattava anche di un’avventura di tipo imprenditoriale.

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